Quarantena e bambini: i consigli della psicologa.

La quarta settimana a casa è appena iniziata, le scuole sono chiuse da circa un mese e ieri il Viminale, dopo gli appelli di molte associazioni, ha emanato una circolare che consente a un solo genitore di fare una passeggiata con i propri figli. Con la chiusura delle scuole i bambini sono stati i primi a essere bloccati dall’emergenza coronavirus, poi più i giorni passavano e più la loro quotidianità veniva travolta. Dopo la scuola sono state fermate tutte le attività collettive, sono stati chiusi i parchi e infine, quando tutta l’Italia è diventata zona rossa, quarantena è diventata totale anche per loro.

Ma come vivono i bambini questi giorni? Cosa pensano, cosa immaginano, cosa percepiscono di quello che sta accadendo intorno a loro? e come possiamo affrontare questo periodo con loro? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Marialessia Imperio, psicologa specializzata in Psicologia dello Sviluppo, Educazione e Benessere.

Come possiamo spiegare ai nostri bambini questo momento che stiamo vivendo?

Per spiegare ai bambini quello che sta succedendo dobbiamo innanzitutto partire dalla fascia di età di ciascuno di loro, perché ogni bambino ha degli strumenti che gli permettono di apprendere e comprendere rispetto alle capacità che ha a seconda della sua età e della sua tappa di sviluppo. Ci sono però dei canoni che devono essere rispettati a prescindere dall’età: sono i canoni della coerenza e della verità . Quindi la prima regola è non mentire. I bambini devono essere messi nella condizione di partecipare attivamente alla comprensione del mondo, se il messaggio che arriva non è coerente con tutto ciò che lo circonda, compreso il loro ambiente o il cambiamento della loro quotidianeità, sarà più difficile per loro comprenderlo. Inoltre non dobbiamo pretendere che siano loro a interpretare la realtà traendone delle conclusioni, ma è l’adulto che deve adeguarsi al linguaggio del bambino e a intercettare il modo migliore per spiegare quello che sta accadendo. Usare quindi parole semplici, comprensibili, evitare di esporli in maniera eccessiva a tv e telegiornali – è necessario che ogni informazione sia mediata dalla presenza dei genitori – accogliere le loro domande e le loro curiosità. Prima di comunicare con il bambino il genitore deve interrogarsi sul proprio stato d’animo, perché i bambini sono spugne e se il messaggio che arriva a livello verbale non è coerente con quello che gli viene comunicato a livello non verbale – ad esempio dire che andrà tutto bene avendo però un’aria preoccupata – si corre il rischio di cadere nel doppio messaggio che destabilizza il bambino, creando ancora più disagio nella non interpretazione di un messaggio chiaro. Anche per quanto riguarda la paura non bisogna stigmatizzarla ma è opportuno coglierla. Dire al bambino che non deve avere paura o non deve piangere o non deve essere triste può creare in lui un tabù rispetto a degli stati emotivi che i bambini, ma anche noi adulti, vivono. Bisogna invece rassicurarli sul fatto che proveranno anche questi sentimenti e che anche se è un momento di preoccupazione ci sono delle figure, ad esempio i medici, che stanno gestendo la situazione e si stanno prendendo cura delle persone.


In questi giorni noi genitori siamo molto concentrati sul cosa fare con i bambini. La noia è uno stato che deve farci preoccupare davvero o al contrario un sovraccarico di attività può avere anche effetti negativi su un bambino? Come possiamo affrontare con loro queste giornate?
Il mio consiglio è di non affannarsi a riempire di attività le loro giornate. I bambini devono avere anche il tempo di rendersi conto del cambiamento della loro quotidianità e della sospensione delle loro solite attività, riorganizzarsi anche mentalmente rispetto al cambiamento e abituarsi gradualmente a una sostituzione di queste attività. I bambini non sono dei robot e non devono necessariamente fare qualcosa in qualsiasi momento della giornata. Il momento di noia é un momento utile, non solamente in questo momento particolare che stiamo vivendo. Dobbiamo permettere loro di poter sperimentare la noia, la frustrazione del non avere un’attività calata dall’alto ma trovarsi proprio nel vuoto. Quello è un vuoto fertile, perché è un momento in cui il bambino mette in campo risorse interne che non ha mai sperimentato e non ha la possibilità di sperimentare se gli vengono forniti in maniera sovrabbondante una serie di stimoli. Per i bambini è molto importante riscoprire il vuoto fertile, perché in quel momento attingono da quella che è la loro immaginazione, la loro fantasia e la loro capacità di autoregolarsi, scoprendo che possono essere loro per primi gli autori di un’attività piacevole e facendo tesoro delle risorse appena scoperte, risorse a cui potranno attingere in altri momenti in cui la noia si ripresenterà nelle loro giornate.

Quali attività consigli?

Le attività che si possono fare sono varie e dovrebbero prendere diverse forme. Molto importante è scandire un ritmo nella giornata anche riferito a un ordine delle attività che si possono fare. Ad esempio la mattina è meglio scegliere attività più strutturate sul movimento, come attività manipolative e motorie, mentre il pomeriggio ci si può dedicare ad attività più riflessive e più rilassanti come la lettura da soli o con i genitori o, riprendendo il discorso sulla noia, lasciare anche che il bambino sia solo per poter sperimentare una nuova forma di gioco personale. Altre attività che si possono fare sono quelle che riguardano la sfera emozionale. Pensare ad esempio a un diario di bordo da compilare con tutto il nucleo familiare riguardo alle emozioni vissute durante la giornata, associarle a dei colori o a delle immagini. E poi qualcosa che si possa creare con quello che si ha. E’ molto importante che i genitori si impegnino in questo: riscoprire nell’ambiente casalingo tutta una serie di artefatti che possono essere molto semplici; un gioco non deve essere necessariamente super accessoriato di supporti musicali, colorati o tecnologici, anzi questo è un buon momento per riscoprire il valore della semplicità nel gioco. In questo c’è una grande potenzialità, perché non solo diamo la possibilità al bambino di riscoprire il gioco simbolico, ma consentiamo anche la stimolazione continua della fantasia: “mi guardo intorno e cerco di capire cosa può diventare un mio gioco”.

Dal confronto con altri genitori è emerso un tratto comune in molti bambini e cioè un cambiamento del carattere rispetto a prima, alcuni sono più capricciosi, altri più aggressivi, altri ancora faticano ad addormentarsi. E soprattutto nei più piccoli si nota una regressione dei progressi fatti ad esempio l’attaccamento morboso alla mamma o al papà o la ripresa del ciuccio.

In un momento di cambiamento come questo, in cui saltano i riferimenti esistenti in ognuno di noi, legati soprattutto al concetto di contatto con l’esterno e di contatto relazionale in generale, noi adulti siamo i primi a ritrovarci a dover fare i conti con un nuovo adattamento, con una nuova consapevolezza: diventa necessario adattarsi non solo dal punto di vista logistico dello stare a casa, ma anche rispetto all’ottica temporale che muta inevitabilmente i nostri bioritmi, darsi la motivazione e l’energia che ci permetta di autoregolarci affinché il nuovo campo nel cui ci muoviamo, possa diventare un terreno di sicurezza e non di angoscia. Per un bambino tutto ciò ha dei picchi e delle manifestazioni non così lineari: il “nuovo” comportamento capriccioso, appunto non “solito, appartenente alle sue espressioni caratteriali tipiche”, ci sta di sicuro dicendo qualcosa di cui il bimbo non ha forse totalmente contezza. Ogni comportamento “regressivo” o semplicemente diverso che notiamo è un messaggio che i bimbi cercano di veicolare attraverso i loro strumenti comunicativi e di cui probabilmente hanno bisogno loro in prima persona, di comprendere. Era inevitabile che questa situazione portasse alla luce momenti e ripercussioni da gestire a cui eravamo impreparati, come lo sono i nostri bimbi. Un bambino che diventa più capriccioso sta comunicando qualcosa. Un bambino che fa fatica ad addormentarsi sta comunicando qualcosa. Che non riesce più a comprendere probabilmente né a comunicare in maniera diretta come faceva in precedenza. Non dimentichiamoci che il corpo assorbe molto di tutto questo, per cui non muovendoci più nel mondo come stavamo facendo in precedenza, certi meccanismi devono trovare una nuova strada per essere espressi e accolti in modo funzionale: aiutiamo i bambini a continuare ad esprimersi senza giudicarli, avendo pazienza per i loro capricci, per le loro lamentele, mostriamo loro che anche se nel loro mondo è cambiato velocemente molto di ciò che conoscevano in precedenza, il loro è uno spazio sicuro, un posto sicuro, in cui i genitori esistono e continuano a rimandare benessere e fiducia. C’è bisogno di tempo per imparare a conoscersi e a riconoscersi in un nuovo modo, supportiamoli sempre nell’esprimere ciò che sentono, con una totale sospensione di giudizio. Un bambino che torna a dormire con la mamma e il papà non è un bambino che sta regredendo in termini di autonomia, ma un bambino che sta esprimendo in questo preciso momento, un bisogno di sicurezza, di ricerca e conferma della certezza che i propri genitori siano li, ad accoglierlo con le sue paure o incertezza. Un bambino che può permettersi di sperimentare, di “mettere alla prova” con un pianto liberatorio, con dei capricci continui, con un atteggiamento di sfida, anche la paura inconscia che i propri cari vadano via, sperimentando la sicurezza di ritrovarli li, di non essere “punito ma compreso”, sarà un bimbo che troverà un ambiente sicuro e rassicurante attorno, a cui sarà stato fornito un modello operativo interno settato sul suo sentire emotivo, sul rispecchiamento autentico; al contrario di bambini stressati doppiamente, all’interno (per ciò che gli succede e che non riescono ad ordinare) ed all’esterno per l’assenza di riscontri empatici da parte delle figure di riferimento.

In questo periodo non sono solo i ritmi e la quotidianità dei nostri figli ad essere cambiati. Inevitabilmente sono cambiati anche quelli di noi genitori. Noi adulti come possiamo gestire i momenti di stress in rapporto ai nostri figli?

Un evento come questo porta con se molte esperienze di limitazione e ridefinizione di ciò che possiamo o non possiamo fare; in questo stato di limitata libertà e aumento dello stress l’esperienza che viviamo può presentare due aspetti, uno legato all’evento di per sé e che produce la rottura dell’omeostasi delle dinamiche interne ed esterne all’organismo, l’altro connesso alla rappresentazione soggettiva dell’evento e delle sofferenze che ne derivano, con ripercussioni sulle dinamiche personali e relazionali.
Victor Frankl, riguardo la resilienza affermava che se un individuo non può cambiare una situazione di disagio e sofferenza, egli può di certo cambiare il suo atteggiamento riguardo la situazione, e che una persona può decidere di non farsi travolgere totalmente da ciò che gli succede. Quello che consiglio è cercare di portare l’attenzione costantemente sul proprio centro, facendo sempre in modo di percepirci come coloro che guidano le nostre stesse emozioni, anche le nostre paure, la rabbia e non il contrario. Una risorsa enorme è la coppia genitoriale in questo caso: riuscire a chiedere, trovare e concedere uno spazio di equilibrio per se stessi e per l’altro per concedersi momenti di scambio e di stop, trovare il modo per sentirsi complici ricordandosi prima di tutto di curare la relazione diadica, non lasciare che i figli monopolizzino tutta la giornata – anche se risulta molto difficile, me ne rendo conto! Curare il dialogo tra genitori, uno spazio per la condivisione dei propri vissuti e soprattutto delle proprie emozioni, crea il collante, l’energia necessaria in questo periodo soprattutto a chi rimane a casa con dei figli, per i quali il peso della precarietà di questa condizione è sopra le loro spalle. Non alimentiamo il senso di solitudine che stiamo sperimentando nella distanza fisica: lo spazio per la coppia è un’importante risorsa per riscoprire un nuovo modo di stare vicini, insieme. Lo stress generato dalla condizione esistente è inevitabile e presente; lo spazio che quotidianamente lasciamo che prenda siamo noi a definirlo: concediamoci di pensare a qualcosa di positivo, diamoci il permesso di scherzarci su, di sdrammatizzare, di fare qualcosa di “stupido”, ritorniamo a sporcarci le mani, a giocare, abitiamola questa distanza che ci sta mettendo di prepotenza, con le spalle al muro. Un muro sul quale c’è un enorme monito. Quello di prenderci cura di noi, reinventandoci continuamente.

Questo è un virus che si dice non guarda in faccia nessuno e non fa discriminazioni. Ma non possiamo negare che a livello sociale c’è chi è più debole degli altri. In Puglia un bambino su quattro vive in condizioni di povertà,  una povertà che non e solo economica ma è anche educativa. Quali sono i rischi per questi bambini e per le loro famiglie?

Questa situazione ha evidenziato in modo terribilmente netto e definito ancora di più, la precarietà che esiste nelle condizioni di moltissimi nuclei familiari con minori, tagliati completamente fuori da ogni contatto in primis con le scuole; per queste famiglie la situazione sta diventando ancora più insostenibile a causa dell’emergenza economica che si trovano ad affrontare. Le situazioni che stiamo cercando di supportare sono diverse e tutte emergenziali: si va dal cercare di intercettare i nuclei più deboli per offrire un supporto materiale che riguardi l’acquisto di beni di prima necessità, ad un lavoro capillare in contatto con le scuole, in modo da arginare le differenze per quanto possibile; la didattica on line per quanto funzionale per alcuni nuclei, risulta completamente inadatta per tutte le famiglie che non hanno a disposizione dei supporti tecnologici ne tanto meno una connessione in casa. Molti minori hanno a disposizione soltanto il cellulare di un familiare e si trovano a dover fare i conti con una ristrettezza che li sta allontanando dal sistema scolastico.
Purtroppo percepirsi ancora di più come individui tagliati fuori da un intero ambiente, rischia di aumentare il divario di ogni famiglia rispetto al senso di comunità, inteso come il “far parte, appartenere ad un sistema” che non dimentichiamoci, fatica ad intercettare già normalmente, tutti quei bambini e bambine per le quali l’integrazione è molto complicata. La mia personale paura è l’aumento di questa situazione che giorno dopo giorno, diventa sempre più complicata per chi non riesce ad accedere a forme di supporto sociale ed economico, con gravi ripercussioni sul benessere dell’intero nucleo familiare. Mi auguro che si possa tener conto dell’importanza di salvaguardare la tutela di ogni minore, e soprattutto l’enorme risorsa che rappresenta l’integrazione, anche in questa nuova forma, per lo sviluppo dell’autostima e di molte altre competenze non formali, di quei soggetti più deboli, che rischiano di esser tagliati fuori completamente se non attenzionati dai provvedimenti messi in campo.

Quando tutto sarà finito forse i bambini più piccoli non ricorderanno nulla di questa quarantena, a differenza dei bambini in età scolare. Quali conseguenze si porteranno dietro?

Quando la situazione gradualmente rientrerà nei canoni della normalità, emergeranno una serie di emozioni che dovranno essere gestite: sarà molto importante continuare ad attivare un supporto di cura per la popolazione intera che si troverà a dover gestire un ulteriore cambiamento.
Le conseguenze della ripresa e di ciò che di nuovo ci si troverà ad affrontare dovranno continuare ad essere accolte e supportate soprattutto a livello emotivo da chi si occupa di tutto ciò: potrebbe essere utile introdurre ad esempio, in ogni scuola, degli psicologi che possano organizzare ed attivare un servizio di supporto proprio per “guidare” i bambini a ricucire la normalità frammentata con il distacco vissuto ed interiorizzato.

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