Giovanni Abbaticchio, un papà in cammino

Ho deciso di inaugurare la rubrica Il barese del mese, con la storia di un papà. E non solo perché marzo è il mese in cui ricorre la loro festa, ma perché troppe volte quando si parla, o si pensa, di genitorialità lo si fa quasi sempre con un’attenzione rivolta soprattutto alle mamme. Sono loro che si occupano per la maggior parte del tempo ai figli, sono loro che li hanno portati per nove mesi in grembo, che li hanno nutriti, e quindi visto che sono loro che ne sanno di più, loro sono le più intitolate a parlarne.

E i papà?

Giovanni Abbaticchio è un papà noto ai più, genitori soprattutto, come il papà di The walking DAD story, blog dedicato alla narrazione e in particolare ai video narrazione di storie di genitorialità.

Barese, classe 1985, sposato con Annarita e papà di Ludovico, sei anni il prossimo settembre, e Chiara, 20 mesi, videomaker per passione e per professione, si definisce un papà in cammino, proprio come voi, papà (ma anche mamme) che ci state leggendo.

Ho conosciuto Giovanni attraverso la sua pagina facebook e i suoi video racconti e la cosa che più mi ha colpito è stato proprio quel sottotitolo, quella frase un papà in cammino, proprio come te, che è un vero e proprio abbraccio al genitore, ai genitori, che lo incontrano, realmente o virtualmente. L’essere simili tra noi ci fa sentire meno soli, meno fragili, e il lavoro di Giovanni è un dono non solo per tutti i genitori a cui dà la possibilità di raccontarsi, di far conoscere la loro storia e di far sentire la loro voce, troppo spesso non ascoltata da chi dovrebbe, ma è un dono per tutti noi “altri” genitori. Perché le loro storie ci arricchiscono, ci emozionano, ci fanno pensare alla nostra esperienza di genitorialità e ci aiutano a viverla in maniera più responsabile.

Parlare con Giovanni è stato facile, perché la nostra non è stata solamente un’intervista, è stato, almeno per me, un dialogo aperto, un confronto tra due genitori, è stato come incontrare un amico al bar e chiacchierare dei nostri figli, anche se in realtà eravamo al telefono, dopo il lavoro, io a casa, lui in macchina che stava andando a fare la spesa, prima che tutto venisse sospeso, chiuso, rimandato.

Giovanni, nel presentarti ti definisci un padre in cammino. a che punto del tuo cammino sei?

Sono ancora all’inizio di questo cammino, può sembrare metaforico ma in realtà non lo è. Il cammino genitoriale è ogni giorno, ogni minuto che tu passi con i tuoi figli, nonostante tu possa un giorno diventare ad esempio nonno e  prendere altre sfumature, resti sempre genitore. Questo ruolo, questo modo di essere e di vedere la vita in maniera diversa rispetto a prima, te lo porti addosso sempre. E cambia a seconda delle esigenze di tuo figlio, non tanto delle tue: ogni scoperta che lui fa per te è una scoperta nuova nonostante tu possa averle già vissute, ma da figlio, da adolescente, da studente fuorisede, da laureato o da lavoratore. Credo che se tu lo chiedessi a mio padre, che ha 66 anni, ti direbbe forse lo stesso perché si trova ad affrontare la genitorialità di un figlio che ha 35 anni che a sua volta è padre e quindi lui si trova anche a essere nonno. Forse è più avanti di me negli anni, ma non è detto che lui sia più avanti di me in questo cammino, può essere che in realtà siamo uno a fianco all’altro in questo cammino, come io sono a fianco ai miei figli.

Il tuo intento è quello di parlare di genitorialità responsabile. Che cosa intendi?

Assolutamente. Sicuramente la genitorialità responsabile non è quella di sentirsi dei genitori modello o super partes, ma vuol dire essere genitori pronti a sbagliare e a rendersene conto, vuol dire comprendere che bisogna mettere davanti esigenze che non sono più le tue o solo quelle dei tuoi figli, senza dimenticare che abbiamo comunque una nostra vita con tutte le nostre difficoltà, i nostri pregi e difetti. Vuol dire essere presenti, parlare con loro e ascoltarli, saper dire di no e di si quando è necessario, proteggerli per quanto è possibile da tutto quello che la società di oggi offre, senza però nascondergliela penso ad esempio alle nuove tecnologie, ai mass media, alle tante forme di bullismo che ci possono essere. Essere un genitore responsabile significa stare a fianco ai nostri figli durante la loro crescita senza riversare su di loro le nostre ansie o paure. La responsabilità sta nel capire e nel far capire anche agli altri che i  nostri figli non sono nostri, ma sono della vita e che un giorno cammineranno per i fatti propri e noi dobbiamo cercare di rendere migliore possibile questa loro libertà di sentirsi figli della vita e del mondo. 

Vieni da una famiglia di medici, bisnonno farmacista, nonno e papà medico, fratello pediatra. Mentre tutti ti volevano dottore, tu scegli scienze dell’educazione, ti laurei in scienze pedagogiche e poi diventi un videomaker professionale. Con il blog hai portato il tuo lavoro nella tua quotidianità e viceversa. Come è nata l’idea del blog? quando hai sentito l’esigenza di raccontare questa nuova esperienza? 

Si il mio percorso è abbastanza ambiguo e strano. Ho sempre raccontato storie attraverso i video, mi dilettavo a farlo con la videocamera di mio padre, lo facevo in vacanza, con gli amici a scuola. Erano gli anni delle VHS gigantesche, quindi mi divertivo a tagliare i nastri, a disegnare, a raccontare quello che  succedeva intorno a me. La necessità di esternare questa mia voglia di raccontare il mondo con i video c’è sempre stata, e ha sempre avuto un richiamo per la parte sociale delle cose. Dai 15 anni fino ai 23 anni ho fatto attività di volontariato come clown in corsia, ho fatto il clown di strada fino a fondare con un mio amico un’associazione che ora è diventata una scuola di circo*, e ho sempre fatto laboratori e lavori in cui raccontavo le emozioni attraverso le immagini. Così come quando ho iniziato a fare il videomaker professionista per produzioni televisive, ho sempre proposto videoreportage che avessero uno sfondo sociale. Il blog è nato perché vivendo una nuova vita, che è quella del genitore, ho pensato che sarebbe stato bello raccontare quello che in questo momento un papà sta vivendo le emozioni, le difficoltà, le sensazioni, le perplessità, i momenti di gioia e quelli meno, attraverso il mio punto di vista e soprattutto attraverso il mio il modo di raccontare le cose. 

Questo è bello perchè i papà sono sempre un pò messi da parte, nascosti, la gente li vede sempre come dietro le quinte, invece non è così, non deve essere così.

Questo è uno stereotipo che deve essere abbattuto, come il fatto che ci chiamano mammi. E’ un insulto perchè indirettamente mi stai dicendo che noi maschi, noi papà, non abbiamo sentimenti, non sappiamo esternare il nostro amore per i nostri figli, invece non è così, ognuno di noi ha un modo diverso di poterlo fare, dipende anche dal proprio carattere ci possono essere padri molto chiusi che hanno difficoltà ad esprimere le proprie emozioni e ci possono essere dei papà molto aperti, che forse fanno anche troppo rispetto a quello che dovrebbero fare. 

Tu di genitori e di papà ne incontri molti, perché il tuo blog è fatto di storie personali, storie che riguardano te, la tua famiglia, ma anche di storie di altri genitori. Come riporti nel tuo essere genitore gli insegnamenti, i sentimenti, le emozioni che queste storie ti lasciano? Ti capita di ritrovare nel tuo modo di essere padre una parte di quello che queste persone hanno lasciato nel tuo cammino? 

Quello è l’obiettivo principale di The Walking dad story.  Raccontare, attraverso questi video, storie che non parlino di me, ma che possano parlare di altre esperienze genitoriali diverse dalla mia. Inevitabilmente loro costruiscono con me questo cammino, ci sono persone e storie che mi danno la consapevolezza di star facendo un buon lavoro con i miei figli, altre invece, che mi fanno rendere conto come su tante altre cose potrei migliorare, e che loro sono migliori di me e sono più avanti di me. Oggi posso dire di essere un padre fortunatissimo, un padre semplice, ho una moglie stupenda, ho due figli che stanno bene, sono solari non hanno nessun problema, però ogni giorno mi chiedo come reagirei, come mi comporterei io se un domani dovesse succedere a me qualcosa. Ed è questa la molla che mi ha portato a raccontare storie diverse dalla mia, non per ricordarmi di quanto io sia fortunato, ma perché se apri un blog del genere non puoi essere totalmente autocelebrativo, devi saper guardare il mondo con occhi paterni, ma diversi anche perché non sai cosa sta vivendo chi ti sta leggendo dall’altra parte dello schermo. Raccontare la storia di due genitori che hanno perso una figlia per la malasanità ma sono riusciti ad andare avanti, a creare un’associazione, ad aprire il loro dolore come forma positiva, è un grande esempio per me e mi fa comprendere quanto in realtà potrei fare di più sotto alcuni aspetti ma non faccio, mi fa comprendere che loro sono molto più avanti di me nonostante siano più piccoli di me, ma sono cresciuti in quella esperienza. Raccontare la storia di Francesco, che ha perso una bambina a causa di un incidente e gli è rimasto un figlio con una problematica che non lo fa camminare, parlare, trasmettere i sentimenti, ma riesce comunque a fare surf e a goderselo, mi insegna qualcosa. Poter parlare di tematiche come la depressione, l’anoressia, il bullismo, la disabilità all’interno di questo progetto è per me la chiave principale e cioè raccontare storie di padri e di madri in cammino, con un occhio diverso rispetto a quello che è la mia vita. La forza di questo progetto è anche saper raccontare mettendosi da parte, accendendo la telecamera e lasciare che quei genitori si raccontino, perché una storia può aiutare me, può aiutare chi la racconta, ma può aiutare anche altri genitori. Molti brand volevano che vendessi prodotti commerciali all’interno delle mie storie, ho detto di no perché il mio obiettivo non è quello e perché voglio che quella pagina resti libera e indipendente, non voglio che sia una cosa costruita e voglio che sia una pagina per e di tutti noi. 

Parliamo di Ludovica e Chiara, i tuoi figli. Che tipo di papà pensi di essere?Pensi di comportarti in maniera diversa con ciascuno di loro? E se si credi dipenda dal fatto che Ludovico sia il primo figlio e Chiara la seconda, o è più una questione di genere uno maschio l’altra femmina? 

Vorrei tanto che tu lo chiedessi a loro e vorrei essere li per sentire le loro risposte perché ti direbbero la verità. Credo di essere un padre autentico nel bene e nel male, perché ci sono dei giorni in cui sono un pò più nervoso e mi scappa un rimprovero anche se non se lo meritano, o giorni in cui sono più permissivo perché sto un po più leggiadro mentalmente. Sicuramente sono un padre presente, siamo due genitori presenti. Noi giochiamo molto insieme e siamo complici, penso ad esempio con Ludovico che è in una fase esplorativa nuova attraverso il lessico, la curiosità, la fase dei perché. Sono un padre su cui loro possono e sanno che possono contare sempre. Anche quando sono via da casa per lavoro dico sempre loro che anche se lontano, babbo guarda sempre, c’è sempre, e che possono trovarlo nelle tasche dei loro pantaloni o del giubbotto o nello zainetto, diventa piccolo piccolo e quando lo vogliono basta pensarlo e lui li ascolta. Ma è anche giusto educare i nostri figli all’assenza, alla distanza perché fortifica il rapporto, fortifica il sentimento, li mette alla prova davanti ai loro sentimenti verso di noi. Per quanto riguarda i miei sentimenti verso di loro, ricordo che quando stava per arrivare Chiara guardavo Ludovico, che allora aveva 4 anni, e mi chiedevo se sarei stato in grado di amare Chiara nello stesso modo in cui amavo Ludovico, a darle lo stesso affetto, le stesse attenzioni. Poi quando lei è nata mi sono reso conto che la cosa è spontanea e che certo che ci riusciamo. Non voglio fare differenze di genere, ma per i papà e le mamme un maschietto è un maschietto e una femminuccia è una femminuccia. Io e Ludovico abbiamo un rapporto abbastanza fisico, combattivo, dove lui teme anche un pò la mia figura perché c’è il conflitto maschio/maschio tra chi è il fidanzato della mamma, lui è geloso a me viene da ridere ma lui la prende seriamente. Ludovico con me è complice nel gioco, però le coccole le cerca più dalla mamma, Chiara invece è una bambina caparbia, testarda, e quello con lei è un rapporto molto più coccolone. Penso a quando si mette un bel vestitino, si avvicina, mi chiama, mette il piede a punta e gira la gamba in maniera quasi sdolcinata perché vuole ricevere un complimento e poi quando le dico che è bella, bellissima, stupenda, lei arrossisce gira la guancia si rigira e mi da un bacetto, ma è spontanea. Sono due amori uguali e diversi allo stesso tempo.  

In comune abbiamo tre cose: siamo entrambi di Bari, siamo entrambi genitori, ed entrambi abbiamo scelto di lasciare Roma per tornare a Bari e crescere qui i nostri figli. A distanza di anni, tu e Annarita rifareste questa scelta? 

Ci sono dei momenti in cui ti direi di si e dei momenti in cui ti direi di no, però siccome io non rimpiango nulla di quello che ho fatto sicuramente la rifarei come scelta, perché è stata dettata da un sentimento. E il sentimento era quello di paura e smarrimento perché eravamo stati travolti da questa novità speciale e particolare che è la genitorialità. Poi la gravidanza di Annarita è stata particolare, in quel momento a Roma eravamo soli, io non lavoravo e le risposte lavorative che aspettavo non arrivavano, lei lavorava in banca ma faceva un tragitto assurdo per arrivare al lavoro, non si sentiva bene e allora un giorno mi sono svegliato e le ho detto che nel giro di un mese saremmo tornati giù, a vivere a Bari, e così è stato. Anche se lavoravo per produzioni televisive dove guadagnavo bei soldi, il mio era un lavoro sempre altalenante e di fronte all’arrivo di un bambino mi sono chiesto se potessi continuare a lavorare in questo modo, a mettere davanti le mie esigenze di fronte a quelle della mia famiglia, a vivere in una città che ti inghiottisce, dove esci la mattina e torni la sera e devi combattere quotidianamente con la metropolitana con le persone, con il traffico, gli scioperi, i costi, gli affitti altissimi per una casa di 40 mq. Quando Annarita mi ha chiesto se fossi sicuro non ho avuto dubbi e lei era d’accordo con me. Il giorno del trasloco poi arrivò la telefonata di lavoro che aspettavo da tempo, ma rifiutai perché la mia vita, la nostra vita, era cambiata, partimmo e arrivammo a Bari che non avevamo un lavoro, non avevamo una casa, ma avevamo i miei genitori. Siamo andati a vivere nella casa di mia nonna che era morta da poco e Ludovico è nato nella casa che ha accolto me quando sono nato: è stato chiudere un cerchio. Poi ci siamo rimessi in gioco, non è stato facile, io ho ripreso a lavorare dopo un anno, ma le cose poi sono andate meglio. Sono scelte queste che vanno fatte in due, perché ti sostieni sempre a vicenda.

Questa intervista sarà pubblicata in occasione della festa del papà. Che augurio ti senti di fare ai papà, a chi lo è già e a chi sta per diventarlo?

Di viversi l’esperienza genitoriale, che è un’esperienza che non tramonterà mai, nel modo più autentico e genuino possibile. Non esistono scuole o master che ti insegnano ad essere un bravo genitore. Esistono università che ci possono insegnare la teoria della medicina o dell’ingegneria, ma poi quello che conta è l’esperienza, e l’esperienza sul campo la facciamo anche noi genitori ogni giorno con i nostri figli e possiamo anche sbagliare. L’invito che faccio è anche quello di sbagliare, di comprendere che in quel momento nasciamo come nuove entità. Il vantaggio che la mamma ha rispetto a noi è che è avanti di nove mesi, noi siamo sempre dietro a rincorrerle e capiamo di diventare padri non quando nasce il bambino, ma credo molto dopo e ognuno di noi sa quando lo ha compreso, quando è stato quel momento. Io non so se l’ho compreso ancora, però ci sto. 

Fai una richiesta da papà barese alla tua città.

Io sono molto arrabbiato con la mia città da questo punto di vista. Perché è una città che dice molto di voler ascoltare i genitori, ma in realtà non li ascolta mai, è una città che si riempie di cartelloni, di incontri, di convegni sulla genitorialità, sull’aiuto alle famiglie, parlo anche a livello istituzionale, ma poi nei fatti fa poco. Apprezzo invece tutti quei movimenti dal basso che aiutano le famiglie e aiutano il terzo settore a stare al fianco di quei genitori che hanno bisogno di essere sostenuti. Mi riferisco a tutte quelle associazioni, quelle cooperative, ai centri di ascolto dove ci sono educatori, mediatori familiari, volontari che davvero lavorano quotidianamente per sostenere il dramma o il disagio di un genitore all’interno di un nucleo familiare e vorrei che fossero loro a parlare alle istituzioni, ai professoroni e dottoroni che abbiamo del settore socio familiare. Vorrei che seduto a parlare a questi tavoli ci fosse chi quotidianamente si occupa di genitorialità, ci fossero le famiglie, i genitori chi ha davvero bisogno di parlare, di esprimere i propri bisogni, di raccontare le loro storie e che  tutti gli altri si mettessero dall’altra parte del tavolo, che facessero da uditori. Sogno una città al contrario, sogno una città con più spazi verdi in centro, vorrei che i miei figli potessero liberamente camminare in bici in zone protette, tornare a giocare a palla per strada. Vorrei che la mia città fosse una città più a misura di bambino, e più a misura di famiglia.

Auguri a Giovanni e a tutti i papà che passeranno questa giornata di festa in maniera diversa rispetto al solito o da come l’avevano immaginata, ma sono sicura che gli abbracci, i baci, dei nostri figli oggi saranno più speciali del solito e saranno per voi i regali più belli. E sono sicura che vi basterà guardarli negli occhi per sapere che andrà tutto bene.

*L’associazione a cui si fa riferimento è Un clown per amico

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...